Business e Open Source: si può!
Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un post che ha suscitato in me un profondo interesse. L'incontro con Larry Augustin e il suo weblog è stato casuale, quasi un caso di serendipità. Non stavo cercando nulla di particolare, ma solo leggendo parte della mia dose quotidiana di feed RSS quando, in mezzo a notizie di vario argomento, un titolo mi ha colpito: "Commercial Open Source in Europe Versus the US", che ho tradotto liberamente con "Business e Open Source: differenze tra Stati Uniti ed Europa". Il post in questione è stato pubblicato sul Larry Augustin's weblog il 23 settembre.
L'argomento ha immediatamente destato il mio interesse perché solo di rado mi è capitato di leggere (e quasi mai in italiano) articoli e post che descrivessero l'aspetto commerciale del software libero e aperto. Non meravigli l'associazione tra il diavolo (lo sfruttamento commerciale) e l'acqua santa (il software libero e aperto): in Italia, ma anche in buona parte del mondo, si è diffusa l'inesatta idea che il Free Software e l'Open Source, per il fatto di essere liberamente distribuibili, siano gratuiti. Non è questa la sede nella quale discutere delle differenze tra software libero e aperto, per le quali vi rimando a un altro mio post (Open Source o Free Software), ma una disamina del problema della gratuità del software mi sembra d'obbligo.
In un suo saggio, dal titolo Perché "Software Libero" è meglio di "Open Source", Richard Stallman scrive alcune frasi illuminanti, soprattutto sui rapporti che intercorrono tra i due movimenti:
«… La differenza fondamentale tra i due movimenti sta nei loro valori, nel loro modo di guardare il mondo. Per il movimento Open Source, il fatto che il software debba essere Open Source o meno è un problema pratico, non un problema etico.
…
Siamo in disaccordo sui principi di base, ma siamo più o meno d'accordo sugli aspetti pratici. Perciò possiamo lavorare ed in effetti lavoriamo assieme su molti progetti specifici. Non vediamo il movimento Open Source come un nemico. Il nemico è il software proprietario.
…
La definizione ufficiale di "software open source," come pubblicata dalla Open Source Initiative, si avvicina molto alla nostra definizione di software libero; tuttavia, per certi aspetti è un po' più ampia, ed essi hanno accettato alcune licenze che noi consideriamo inaccettabilmente restrittive per gli utenti. Tuttavia, il significato ovvio di "software open source" è "puoi guardare il codice sorgente".
…
Ma la spiegazione di "software libero" è semplice: chi ha capito il concetto di "libertà di parola, non birra gratis" non sbaglierà più. ...».
In questo quadro si vede come, al di là dell'etica, i due movimenti siano apparentati; dall'analisi delle quattro libertà del software libero e dei dieci punti della Open Source Definition (per i quali vi rimando al mio già citato post), poi, si evince che i due movimenti condividono almeno due concetti: il software deve essere liberamente distribuibile e il codice sorgente deve essere pubblico in modo che ognuno possa consultarlo e modificarlo. E qui ci possiamo porre una domanda imbarazzante: il software è libero, i sorgenti sono a disposizione di tutti, e quindi chi ci lavora, chi lo crea, chi lo migliora perché lo fa, se non ne può ricavare un utile? Forse lo fa per la gloria? O forse perché è un benefattore dell'umanità ed è ricco di suo?

Il segreto sta tutto nell'ultima frase citata poco sopra che, in lingua originale, suona "free speech, not free beer", una sorta di scioglilingua basato sui due diversi significati che, nella lingua inglese, assume la parola "free": "libero" e "gratis", Indubbiamente la traduzione italiana è molto meno efficace della frase originale, ma credo ci siano pochi dubbi sul suo significato, dubbi che possono essere fugati andando a leggere la definizione di Free Software data dallo stesso Stallman nelle pagine delGnu Operating System:
«...Free software is a matter of liberty, not price. To understand the concept, you should think of "free" as in "free" speech, not as in "free" beer...».La traduzione ufficiale italiana recita «Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo. Per capire il concetto, bisognerebbe pensare alla "libertà di parola" e non alla "birra gratis"», ed è nuovamente evidente che, nella nostra lingua, la confusione tra le parole "libero" e "gratis" non esiste.
Nello stesso documento, poi, appare un'altra affermazione, a maggior chiarezza di tutto il concetto:
«... Software libero non vuol dire non-commerciale. Un programma libero deve essere disponibile per uso commerciale, sviluppo commerciale e distribuzione commerciale. Lo sviluppo commerciale di software libero non è più inusuale: questo software commerciale libero è molto importante...».

Altri servizi a valore aggiunto possono essere la consulenza, la formazione, la manualistica, l'installazione e la messa a punto del software, le personalizzazioni per usi o scopi particolari e simili. È ovvio che se non ho bisogno di assistenza per l'installazione, so usare il software, non ho voglia di leggermi i manuali, non necessito di personalizzazioni e mi scarico i Cd di installazione dal web non devo pagare nessuno, a meno che non decida di fare una donazione.
Questo è il modello di business collegato al free software, ed è sulla diversa percezione di questo modello che si ha sulle due rive dell'Atlantico che Larry Augustin ha scritto il suo post.

Visti i suoi trascorsi e le sue esperienze, credo di poter affermare serenamente che quando Larry Augustin parla (o scrive, come in questo caso) di software Open Source, beh, occorre seguirlo con attenzione, ed è proprio quello che faremo nei prossimi giorni.
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